“Acquasparca”
Manzi A., Una passione fredda, Edizioni Iod, 2020, Capitolo VIII
Cara Leukos,
ti invio un’intesa lettera su cui riflettere.
Traslochiamo nel passato per meditare sul presente e provare a non errare nel futuro.
L’autorevole Avvocato, Servitore del suo paese, lo Scrittore, Andrea Manzi e per me l’amico, si rivela come padre, con tutta la sua fragilità, attraverso questo scritto dona a suo figlio ed a tutti noi gli strumenti per poter essere migliori ed appassionati.
Melas
L’ARTIGIANO DELLA PIANTA
“Non fidarsi è bene,fidarsi è meglio”
Tu mi chiedi perché… Tu mi chiedi, figlio mio, come sia stato possibile.
Ti racconterò una storia, allora.
Vedi, devi sapere che io ho sempre vissuto all’ombra di un grande mito: quello di mio nonno Ettore.
Tutti lo conoscevano come ‘l’artigiano della pianta’.
Persona dai grandi valori, quelli forti, veri; un uomo innamoratissimo della famiglia e appassionato della cura dei vigneti: riflettendoci, non poteva essere diversamente, in quanto la vigna altro non è che la metafora della vita, dei valori, della famiglia. Il ‘contadino’ altro non è che un vignaiolo profumato di sole e di terra, che si prende cura di chi gli sta accanto e adopera tutta la sua intelligenza, la sua passione, affinché anche tutto ciò che gli sta intorno progredisca, portando molto frutto.
I ricordi più belli della mia infanzia sono legati alla campagna di famiglia: la vigna, con i filari di pendici che formavano una lunga spalliera sorretta da alti pioppi, era quella a cui anche mio padre dedicava più attenzione e cura investendo fortemente in tempo e passione, strenuamente e poeticamente. Le mani sempre colme di terra e di vendemmia, sporche ma allo stesso tempo pulite, ‘vuote’ come quelle di colui che non si è mai voluto macchiare con la materia incandescente e indelebile della vita.
Erano gli inizi del Novecento, e quel contadino errante alla ricerca di fortuna approdò in quei luoghi, i nostri luoghi, il nostro paese, trovando quasi subito da lavorare in un grande podere. Anche il vecchio proprietario dei terreni aveva fatto delle vigne la sua ragione di vita, e forse anche per questo prese subito in simpatia il nonno, fintanto da insegnargli e tramandargli il mestiere, come se fosse suo figlio. Nonno Ettore, naturalmente, ricambiò questo affetto, scoprendosi nel frattempo sempre più affascinato e appassionato nei confronti di un lavoro, di uno stile di vita semplice e fondamentale, che non avrebbe mai più abbandonato.
E dopo appena un paio di anni, ascoltando e mirando la terra, il ciclo del sole, la musica della luna, ebbe una inaspettata intuizione: il nonno riuscì a sperimentare un nuovo innesto, che produsse in fretta un vino fresco e dissetante, un po’ più aspro e asciutto del consueto, e che oggi riconosciamo come quel famoso ‘Asprinio’ delle nostre zone.
Dopo aver coltivato, seminato e amato la terra da ragazzo, sbocciò infine anche come uomo. Sposò mia nonna dopo un lungo corteggiamento: era una bella donna, figlia di un noto pastore, dai lineamenti gentili ma dal carattere forte e deciso. Una donna, decisamente, simbolo di tempi ormai passati. Quella giovane ragazza diede alla luce quattro splendidi figli, tra cui tuo nonno, mio padre Antonio.
La paga a giornata era misera: solo cinque lire. Tuttavia, quel podere cresceva a dismisura attraverso il calore dei membri di quella grande famiglia. Il vecchio padrone dava da mangiare a tanti contadini, e il nonno ne divenne immediatamente parte integrante quale elemento 2 fondamentale. Non gli fu difficile inserirsi anche nello svolgimento pratico di innumerevoli mansioni e attività: gli altri contadini ne apprezzarono nel tempo la serietà, l’instancabile disponibilità e la marcata solidarietà verso tutti i lavoratori. Erano tempi difficili, di duro travaglio, di strenua sopravvivenza. Tutto però restava umile, modesto, cristallizzato in un’aura di bellezza quieta e irraggiungibile.
La vita dei contadini si riduceva all’essenziale: un tetto sulla testa, i beni di prima necessità da preservare il più possibile, pochi e sani alimenti giornalieri, vestiario umile e dimesso. Segni questi di una vita modesta, ma estremamente dignitosa. Sullo sfondo, l’immancabile cultura dei ruoli da assumere su di sé e da non dimenticare mai, assieme alle gerarchie da rispettare: il padre era anche marito, la madre anche moglie, i figli anche preziosi aiutanti ed eredi di tutto. La forza e il calore della famiglia ostentati sempre con orgoglio, a testa alta, anche nell’immancabile partita a carte con i compagni di lavoro la sera, l’unico svago di una giornata massacrante trascorsa nei campi.
Era, nonno Ettore, anche un arguto giocatore di tressette.
L’onore e la rispettabilità si condensavano, riassunti insieme, nella pratica dei contratti a ‘parola’, suggellati da una semplice stretta di mano, molto più autorevoli di quelli scritti. La reputazione era sempre un bene da preservare: l’incorruttibilità dell’opinione pubblica e la volontà di essere irreprensibili al cospetto della Legge erano elementi verso cui l’individuo tendeva in assoluto, ogni giorno della sua vita. Mi è stato raccontato che ci si trovasse a vivere, se non sbaglio, i primi mesi del 1936, in piena epoca fascista e ben prima della Seconda Guerra Mondiale, quando un insetto proveniente dal Nordamerica si rivelò presto dannoso per le vigne, così tanto da mandare in crisi l’intero podere. Furono momenti veramente difficili da affrontare per don Domenico, il vecchio e onesto padrone dei campi, e il tutto era appesantito dalla ritrosia e dalla noncuranza dei suoi figli, che da qualche tempo cominciarono a dimostrare indolenza e ritrosia per le sorti delle vigne comuni e dei terreni. Crebbero presto dissapori e litigi tra loro: questa nuova generazione era abituata malamente agli agi economici, e dissipava il frutto del tanto lavoro in pochi istanti, pronta solo a ricevere e a nulla dare.
Nonno Ettore studiò il processo di essiccamento del parassita e intuì, ancora una volta, un possibile rimedio: un concentrato di calce bianca e ramarro grezzo salvarono l’intero vigneto che, a differenza degli altri poderi, riprese a dare i suoi grappoli di uva smerigli in solo tre anni. Dimostrando, ancora una volta di più, che l’amore e la passione per il proprio lavoro restano, in ogni cosa, le armi vincenti. Don Domenico ne fu felice e grato, così tanto grato da donare al nonno un piccolo pezzo di quella stessa terra. Mezzo moggio (poco più di 2000 metri quadrati) lì dove felice il nonno avrebbe potuto continuare a dare libero sfogo ai suoi esperimenti, agli innesti, agli ibridi, rallegrandosi poi nel vedere le sue intuizioni prendere forma e vita.
Purtroppo l’idillio non durò molto: i dissapori familiari del vecchio e onesto padrone si fecero sempre più pressanti e rilevanti. I contrasti tra lui e i figli diventarono sempre più insanabili. Poiché troppo faticoso e poco redditizio il lavoro dei campi, giorno dopo giorno sarebbe stato necessario battere nuovi sentieri, costruire percorsi alternativi. Tutto e subito, nel segno della finanza, degli investimenti facili e redditizi. Occorreva grande coraggio, e di certo follia, nello scommettere in modo così incerto nel futuro. Un futuro in cui gli interessi monetari avrebbero, ben presto, preso il 3 posto dei grappoli d’uva. Le proposte della nuova generazione cozzavano però con il modo di vedere del vecchio padrone, il quale cercava di opporsi in tutti i modi con energia e grande sofferenza. E una sera, a tavola, stremato dall’ennesimo deciso rifiuto di correre verso il futuro incerto e incolore, don Domenico terminò tutte le sue battaglie, stramazzando a terra colpito da un infarto.
I figli, consolato velocemente il dolore della perdita paterna, poterono così sperimentare le loro innovative progettualità, tingendole di scriteriato entusiasmo giovanile, di numeri e cifre. E quindi anche le vigne, i contadini, e assieme a tutti loro anche nonno Ettore, avrebbero dovuto accettare di buon grado quanto stabilito per loro, ma non con loro.
L’amore proprio per se stesso e la dignità del lavoro fecero poi il resto: nonno Ettore scelse di essere libero, declamando in faccia ai nuovi padroni le sue idee, i suoi principi. Non se la sentì di abbandonare i compagni per il promesso avanzamento di carriera: se solo avesse voluto, sarebbe potuto diventare immediatamente fattore, caporale e comandante sui suoi sottoposti. Avrebbe guadagnato di più, certo, ma ne avrebbe irrimediabilmente perso in termini di rispetto e dignità. L’umanità fu comunque più forte dell’odore dei soldi.
Razionalizzare, questa la nuova strada tracciata dagli eredi di quella tenuta. Modernizzare. Macchine e concimi chimici al posto di braccia esperte e prodotti naturali. Non sarebbe stato più un vino di qualità, e si sarebbe puntato più che altro sulla quantità, per ridurre i costi di produzione e battere la concorrenza. Nonno Ettore era solito dire che quella fosse una ‘partita persa alla lunga’. Quindi, gettò la spugna, irrimediabilmente.
Tornò a fare il contadino a giornata ma la fama di ‘artigiano della terra’ ormai lo precedeva in ogni dove. Il lavoro, per fortuna, non mancava: un po’ alla volta, con la parsimonia e il talento accresciuto dell’esperienza, riuscì ad acquistare diversi ettari di terreno, confinanti con quel piccolo pezzetto iniziale che il vecchio padrone gli aveva donato. Infaticabile, sperimentò ancora le sue intuizioni, gli innesti,i vari effetti della cura della terra. E in pochi anni il ‘suo’ vino Asprinio cominiciò ad essere apprezzato moltissimo, così tanto che la domanda cominciò a superare l’offerta e di conseguenza aumentò anche la redditività. Contemporaneamente cresceva la famiglia, e con essa il patrimonio di valori trasmessi in dote ai suoi figli. Quattro, tre maschi e una femmina. Tra questi tuo nonno, mio padre Antonio.
Dopo qualche anno la tanto temuta profezia di sventura si avverò: la tenuta, il gran vigneto del vecchio e onesto padrone don Domenico, andò miseramente in rovina. La quantità di merce auspicata dagli eredi a scapito della qualità non riuscì a sostenere la concorrenza. I figli diversi di un padre diverso fallirono nell’impresa: l’incompetenza, l’ingordigia e la supponenza decretarono la loro fine.
Nel frattempo, l’ennesima intuizione del nonno, l’amore verso quella terra, lo spinsero infine a lanciarsi in una grande avventura imprenditoriale: anche a quei tempi le banche non erano granché generose con chi non potesse certificare notevoli capacità restitutorie, e quindi gli negarono il mutuo richiesto. Ma di certo non si arrese. Con l’aiuto dei fratelli riuscì a comprare il podere in rovina e in pochi anni, con i figli che lo seguirono nell’impresa, mio padre Antonio e zio Donato riportarono quella tenuta agli antichi splendori di una volta. La qualità di nuovo vinceva, la famiglia ancora una volta si rivelava il suo orgoglio e la sua forza. Insieme, graniticamente, 4 nell’affrontare le avverse forze del destino e della vita. Solo un altro zio, Pasquale, scelse la strada degli studi: si laureò, divenne un bravissimo commercialista e anche lui fece fortuna.
Una grande, forte e invidiata famiglia, la nostra. Fino alla mia generazione, che è anche la tua.
Infatti, come ben sai, tutto è precipitato: la storia, che di per sé ha una natura ciclica, si è ripetuta anche con noi. Crescita, mantenimento dello status quo e inesorabile decadenza. Le stesse dinamiche che con il tempo hanno recato la rovina della famiglia del vecchio padrone del podere hanno toccato anche noi. Forse in modo più forte e devastante. Perché l’opulenza è dannosa, mentre è la necessità a farti davvero ricco. Il troppo storpia, specialmente in coloro che non hanno subìto perdita e dolore. Il troppo è dannoso per tutti coloro che non se lo sono ‘stentato’, guadagnato cioè con il sudore della fronte e la limpidezza delle azioni.
Come ben sai, ormai anche noi come famiglia scontiamo i mali dell’apparenza: lo status sociale è costruito non in merito a ciò che si pensa o per cui si combatte, ma da ciò che si può mostrare agli altri. Case, automobili, gioielli e vestiti. La solidarietà e la fratellanza intessute tra noi, per decenni tratti costituitivi della nostra essenza familiare, sono state scardinate dalla lacerazione interna, dall’invidia generale che non lascia mai feriti. Ottenere tutto e subito, ottenere tutto è possibile, anche uscendo dai quei solchi nel terreno tracciati dai padri, e dai loro comportamenti onesti e irreprensibili. La mia generazione non è stata capace di arginare questo fenomeno; si è fin da subito smarrito il senso delle cose e delle azioni, e ciò ha comportato la dissoluzione degli insegnamenti e dei valori che resero ricco, stimato e ammirato nonno Ettore.
Figlio mio, ti ho raccontato questa storia perché il tuo, il nostro obiettivo sia sempre quello di riscoprire i miti ‘buoni’ del passato, per riuscire a rizzollare la terra della invidia, dell’indifferenza, dell’offesa gratuita. Ripartire da ciò che siamo stati, perché dalle rovine dell’odio possa rinascere di nuovo l’armonia, così come tra le rocce più aride e brulle è in grado di germogliare, spesso, un rigoglioso e fiducioso filo d’erba.
«L’incapacità di percepire le differenze affligge oggi tutte le generazioni, ma è particolarmente insidiosa per i giovani cresciuti sotto il segno del “nulla è impossibile”: posso andare in America in poche ore, ballare tutta la notte, riempirmi gli occhi di centinaia di immagini in pochi minuti, posso, posso, posso… una bulimia della quantità nella quale la qualità, cioè il significato, si dissolve. In termini temporali, dominante è la velocità». (citazione di Aldo Masullo).
Andrea Manzi
E tu, hai mai riflettuto sulle tue radici e sull’influenza che hanno sulla tua vita?
Raccontalo a Melas
Leukos:
“Il mito delle radici, il riflesso dell’ Io familiare”
Riconosco la bellezza nell’ammirare una pianta che cresce, si fa spazio, accoglie le nostre cure, ci regala dei frutti. Riconosco la bellezza nel momento in cui mi sporco le mani, gioco con il terreno, sento sotto le dita le radici. Già, le radici…quelle fondamenta essenziali con la funzione di garantire il sostegno, il nutrimento, l’equilibrio tra le sostanze utili alla piantina. Esistono però radici che si aggrappano al fusto e che non conoscono confini; altre che parassitano le piante limitrofe, altre ancora che accumulano tutti i nutrienti senza riuscire a smistarli…non vi sembra esattamente ciò che accade in diverse famiglie?
Immaginate quanti intrecci meravigliosi, talvolta distruttivi, talvolta illuminanti, possono prendere vita dal giusto riconoscimento della stabilità-instabilità delle nostre radici interiori. Ogni sistema familiare ha una storia che coinvolge le diverse generazioni, portatrici di quello che viene definito “mito familiare”, e che spesso contiene un mandato inconsapevole e difficile da scacciare.
Il mito familiare riguarda tutte le credenze condivise dai membri del nucleo rispetto alle reciproche posizioni all’interno della propria quotidianità. Esso viene trasmesso, di generazione in generazione, attraverso il racconto di storie, aneddoti o eventi romanzati in cui vengono inevitabilmente deformati alcuni particolari. Tali storie ricordano al soggetto cosa deve o non deve fare, come relazionarsi agli altri, come rispondere agli eventi dolorosi, nel rispetto del “patto di famiglia” a cui ha implicitamente aderito (Andolfi, 1987). Una famiglia aperta al cambiamento e con dei confini ben definiti ma non rigidi, permetterà all’individuo di distaccarsi dal mandato e dal mito familiare, lasciandogli la possibilità di esprimere la propria personalità. In altre parole, il soggetto potrà scegliere individualmente, essere portatore di diversità e preservare la funzionalità dei legami familiari.
L’invito che Andrea rivolge al proprio figlio è quello di riconoscere, dice, “i miti buoni del passato” affinchè il terreno già lavorato possa tornare ad essere produttivo e facoltoso come un tempo. E’ un invito a cambiare la “storia”, a non arrendersi di fronte al mito dell’efficacia e dell’efficienza che inonda il nostro tempo e che rende la generazione attuale, sovrana dei “sughi pronti”, incapace di tollerare la frustrazione di fronte ad un rifiuto o ad un evento doloroso. E’ un invito ad essere consapevoli di ciò che è stato, in modo da dirigere le azioni future evitando di ripetere gli stessi errori. E’un invito ad ancorare a sé quelle radici senza cadere preda di un intreccio asfissiante, pericoloso, ricorsivo.
Così come l’artigiano della pianta è riuscito a trovare un rimedio al parassita colpevole di aver distrutto la vigna, così un genitore può permettere al proprio figlio di “essere” e sentire i propri bisogni individuali, senza rischiare di farlo crescere “indoor”, in un ambiente chiuso e senza stimoli verso l’esterno. Il parassita della gelosia, del denaro e della decadenza, come si evince dal racconto, ha plasmato totalmente le radici familiari fino a diventare un copione da seguire, sempre e comunque. Un copione che rende vulnerabili di fronte agli eventi della vita per i quali l’individuo “non sa bene su chi contare”.
Il “padre” dell’articolo, in qualità di scrittore, sembra aver già trovato un modo per trasformare l’inganno del mandato familiare in qualcosa di tollerabile, attraverso il racconto di Acquasparca, tratto dal libro “Una passione fredda” (vi consiglio di leggerlo). In questa breve narrazione, una famiglia di pesciolini dai colori dell’arcobaleno vive senza conoscere invidia o prevaricazione, fondando la propria identità familiare sulla mancata conoscenza della diversità di cui ognuno di loro è portatore. Sarà la possibilità di specchiarsi, di guardarsi per la prima volta e di ammirare quei colori, a renderli infelici, superbi ed invidiosi degli altri componenti del nucleo. Una famiglia “unica” che diventa una famiglia tra tante, e che viene punita da Nettuno con una maledizione: ogni pesciolino conserverà un’unica tonalità di colore, salutando per sempre quelle tinte arcobaleno. La decadenza, in questo caso, ha portato i pesciolini ad allontanarsi, a vivere ognuno per sé, accrescendo sempre più il seme della discordia.
Cosa avrebbe potuto far sì che tutto andasse diversamente?
Pensate a quei pesciolini felici di vedere il proprio riflesso, di cogliere le somiglianze con i propri parenti e tollerare le differenze. Questa possibilità è data dalla capacità della famiglia di far fronte al cambiamento, di rendere i rapporti flessibili, accogliere le emozioni (anche spiacevoli), riconoscere e sfidare i miti familiari. I genitori possono essersi già confrontati con il proprio copione oppure no. Ciò che è certo è che esso invaderà lo spazio di interazione con l’intero sistema familiare.
L’altro per noi è “specchio e prisma”, l’altro ci permette di cogliere parti di noi che non conoscevamo o che faticavamo ad accettare. L’altro ci mette di fronte a ciò che ci spaventa, ci turba e ci blocca. L’altro familiare è l’altro tramandato, il non detto, il segreto che si paventa nello specchio: il riflesso di un Io che potrebbe essere sano se solo avesse uno spazio d’azione, indipendentemente dagli “affari di famiglia”. I pesciolini avrebbero potuto godere di quell’arcobaleno se avessero conosciuto ed integrato le parti di sé che solo gli altri (familiari) sono in grado di mostrarci.
Il mio invito è a specchiarvi senza sosta, ad accettare ed accogliere ciò che non comprendete, a tollerare il dubbio e l’incertezza, a vivere come se non ci fossero parassiti da scacciare. I giovani possono respirare il cambiamento, possono imparare dal passato e possono farlo laddove c’è confronto, c’è accettazione e c’è conoscenza del diverso. Sta a noi scegliere di essere pesciolini arcobaleno, colorati ma consapevoli delle nostre storie in bianco e nero.
Leukos



Leggere aiuta il cuore e la mente ma questo racconto dovrebbe aiutare tutti noi veramente a riflettere che dovremmo “seguire miti buoni” come dice l autore Andrea Manzi, per avere una generazione migliore… Grazie
Ornella,
Parole sante!
Grazie di ❤
Leukos & Melas
Un padre, un uomo, un cultore che vuole regalare al figlio ed a chi ha la sensibilità e la volontà di volere ascoltare un messaggio intenso di passione civile, di sentimenti e di valori.
Rosario,
Un messaggio che arriva dritto al cuore delle famiglie a cui spetta il compito di trasmettere valori alle nuove generazioni, e come dice l’autore, dare loro “miti buoni da seguire “.
Grazie.
Leukos & Melas
Le “passioni” di Andrea Manzi, che mi onora della sua stima ed amicizia, sono autentiche e anche per questo sono “fredde”. Non hanno necessità di ostentazioni e fronzoli, sono “nude” come tutto ciò che è vero. Non parla un uomo che ha certezze , ma un “fragile” spesso sconfitto dalla “barbarie della civiltà” ; ma è un fragile “sognatore” quindi per certi versi imbattibile pur se potrebbe apparire perdente. Le sue vittorie non sono “effimere”, sanno di profondo e duraturo come l’aroma di quel vino e si combattono con un’arma che travolge: l’amore.
Grazie per il “sentire”
Calenda,
L’autore ci ha omaggiato di un suo scritto molto intimo e siamo più che onorate di averlo pubblicato. Auspichiamo che la metafora dei pesciolini faccia riflettere su quanto possa essere bello specchiarsi…
Grazie.
Leukos & Melas
Serve una spiccata sensibilità per poter comprendere pienamente il significato di questo racconto eccezionale! Notevolissimo. ELENA
Elena,
I nostri lettori/scrittori, sono dotati di capacità emozionali straordinarie.
Grazie mille.
Leukos & Melas
Lavoro molto interessante, ben scritto, con argomenti pieni di passione e sentimenti verso un passato molto presente nei pensieri dell’autore.
Il nostro intento è proprio quello di muovere passioni e sentimenti.
Grazie.
Leukos & Melas
In questo racconto del nonno contadino io avverto un grido accorato ai giovani a ritornare alla terra ns benefattrice, allontanando i miti dei computer.
Il contadino intellettuale della terra.
Giovanni.
Giovanni,
Ci auguriamo che i giovani lettori possano coglierne il senso profondo.
Grazie per il tuo commento.
Leukos & Melas
Un libro eccellente, ben scritto e appassionante. Grande merito all’autore che ci conduce nel profondo della sua intimità, raccontando le sue fragilità, il suo cuore. Mi ha coinvolto molto e l’ho consigliato anche ai miei amici.
Rosanna,
L’ autore ci insegna che arrendersi alle proprie fragilita ci migliora e ci rende vivi!
Grazie infinite.
Leukos & Melas
Sono racconti di colui che ha vissuto e vive emozioni in modo semplice e pulito .. e attraverso la scrittura molto chiara mi dà la sensazione di essere nel racconto .. ho la fortuna di conoscere personalmente il Dr A.Manzi ..uomo ,padre e professionista esemplare ligio e rispettoso di tutto e tutti … complimenti per le meravigliose emozione che fate affiorare a coloro che leggono e che leggeranno nelle vostre scritture …questo libro fa capire tanto …ancora complimenti ….
Maria,
Le emozioni ci rendono umani e per farle emergere è indispensabile un costante esercizio d’amore verso la propria storia. Grazie❤️
Leukos & Melas