In Pausa

Frida Kahlo, “Viva la Vida”, 1954, olio su masonite, cm 59 x 50.7, Messico, Frida Kahlo Museum Coyoacán.

 

Mia Leukos, 

l’articolo che ti propongo è uno di quelli che a mio avviso vorresti non  finisse mai. Ci raccontano la storia di Mattia che è arrivato a toccare il  fondo per poi risalire e mi auguro in tutto il suo splendore.

A Mattia è andata bene… ma non è cosi che dovrebbe funzionare.

Mi chiedo quindi, ancora fino a quando dovranno andare avanti le battaglie per essere liberi di essere se stessi? 

Noi non solo accogliamo la storia di Mattia, ma ne siamo onorate, orgogliose, e speriamo che anche la nostra piccolissima finestra sul mondo possa contribuire a promulgare i diritti civili di ogni cittadino.

Melas

 

                          

 

I DON’T BELONG HERE

 

giorno -153 

Sai quante volte mi è capitato di pensare al suicidio come via di fuga? 

Mai però la fantasia si è trasformata in realtà; e mai ho progettato veramente diventasse tale. E’ sempre rimasta una possibilità, non contemplabile, ma pur sempre una possibilità tra le tante. Non puoi immaginare quanta forza questa posizione ti doni. 

Quando abbracci l’idea di farla finita, è come se in qualche modo ti ritirassi dal gioco a cui tutti partecipano; è come se tu non facessi più parte di questa società, di questo mondo, di questa  realtà. 

Non sottostai più alle regole di questo universo, ormai ti sei chiamato fuori, e in quanto escluso ti  senti libero, libero dalle catene che ti hanno portato verso questa decisione. 

 

E’ assurdo lo so, eppure questa forza interiore non rappresenta altro che un lato della medaglia, al  cui opposto sta il malessere, il vuoto di un’ esitenza che non vede più un futuro davanti a sé. Sai cosa vuol dire indossare i panni di una vita che non senti più tua? 

Hai mai odiato te stesso a tal punto da volerti strappare la pelle via dal corpo? Io no, Mattia invece sì. 

Un ragazzo di vent’anni che ho conosciuto stasera, con cui sono uscito a bere una birra. Un appuntamento come tanti altri pensavo, ma fin da subito, Mattia, silenzioso e dallo sguardo  malinconico, catturò la mia attenzione. 

Era diverso dai ragazzi che avevo conosciuto fino a quel momento a Torino. La sua espressione, i suoi movimenti, tradivano l’ insicurezza e il disagio che provava ma che  voleva celare. 

 

Arrivati alla seconda birra, le parole fluivano spontaneamente dandomi così la possibilità di indagare su chi avevo di fronte. 

Più entrava nel profondo della sua storia, più la somiglianza delle nostre esperienze mi  spaventava. 

Avevamo vissuto vite simili, io e lui, eppure le decisioni che abbiamo preso sono state nettamente differenti. 

 

Capì di essere attratto dagli uomini fin da subito con l’insorgere dell’adolescenza, e fin da subito  capì che questo avrebbe portato con sé non pochi problemi.  

Era terrorizzato dall’ idea che se avesse detto la verità tutto sarebbe svanito. Era terrorizzato dall’ idea di dover rimanere solo. 

Così mentì, a se stesso e agli altri, finché il peso di tante cazzate non finì per schiacciarlo. Non fu solo quello. 

 

Ci sono persone, persone speciali, che sono dotate, e che, il più delle volte vengono consumate da  una bellezza interiore che non ha nulla a che vedere con questo mondo, che non le appartiene. Una bellezza che il mondo stenta a capire. 

 

Mattia, esattamente due anni fa, percorse l’atrio della stazione Porta Nuova di Torino e, forte della sua posizione, si incamminò verso i binari aspettando calmo la sua dipartita. Il fischio del treno che stava arrivando non lo distolse dal suo intento, ma lo fece vacillare. Si fermò a pensare un’ istante, gli scese una lacrima, e con tutta la forza che ebbe in corpo si gettò.

Piango e non riesco a smettere. 

Mattia è sopravvissuto, ora è vivo; e forse lo è più di me.

 

 

 

D.G.

Cosa da colore alla tua vita?

Raccontalo a Melas

 

Leukos:

“La libertà di soffrire”

 

E’il colore il motore di questo articolo. 

E’ il colore che guida il mio contributo alla storia di Mattia. 

Perché la sofferenza necessita di sfumature e richiede qualcosa di più di un mondo in bianco e nero. La tavolozza di Leukos oggi è fatta di passaggi graduali, scambi lenti e mescolanza di tinte improponibili. 

Il colore ci rende “vivi” anche quando l’angoscia sembra vincere su di noi.  Le nuance che fanno da cornice al nostro “essere al mondo” sono quelle che ci mettono di fronte a chi siamo, a cosa vogliamo essere, a cosa ci rende diversi dagli altri. 

L’angoscia di morte, Thanatos, ci accompagna sempre, in costante equilibrio con il desiderio di agire in nome dell’Eros, della vita. E la vita di cui parlo è fatta di ricerca, di convivenza tra natura e cultura e tra sentimenti ed emozioni. 

Eros, dentro di noi è irriducibile ricerca del senso della vita, è cedere ma mai del tutto, è trovare colore dove prima c’era soltanto buio, assenza di luce.

Scegliere di seguire la pulsione di vita e tollerare l’incertezza, vuol dire accogliere dentro di noi ciò che ci spaventa e determinare le nostre scelte sulla base della nostra identità.

Il ruolo delle interazioni familiari è fondamentale anche in questo senso. La famiglia è il luogo in cui sperimentiamo le emozioni primarie, apprendiamo le differenze tra gli individui, conosciamo il maschile ed il femminile e viviamo esperienze di attaccamento che influenzeranno le nostre relazioni future. In famiglia conosciamo da vicino anche l’angoscia di morte. 

Giovani come Mattia necessitano di risorse alle quali affidarsi per ridurre tale angoscia. Parlo di giovani che hanno conosciuto la “libertà di essere”, una libertà che non esclude la paura del giudizio ed il dubbio di ciò che accadrà dopo, ma ci permette di sopravvivere. “Voglio essere libero, libero come un uomo. Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura, che cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura. Sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale, incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà” così cantava Giorgio Gaber nel suo inno alla vita, un invito a correre senza una meta, ma per il gusto di farlo.

Respirare la libertà vuol dire accettare se stessi, la propria essenza, i propri errori, i propri timori. 

Libertà vuol dire spezzare le catene citate nella storia di Mattia e amare ciò che ci spaventa. 

Il colore dunque. 

Penso alle opere di Frida Kahlo, penso in particolare a “Viva la vida”, realizzata nel 1954, otto giorni prima della sua morte. Chiunque conosca la storia dell’autrice sa quanto la sofferenza sia un elemento onnipresente nella sua produzione artistica e nel suo vissuto di donna, compagna, amante. 

In primo piano appaiono delle angurie succose e rosse e la scritta “viva la vida” mentre sullo sfondo è possibile intravedere un cielo azzurro con le sue nuvole. Frida fa della sua angoscia un invito ad amare la vita, a “godere” della polpa succosa che ci viene concessa. L’anguria, lo sappiamo bene, è il frutto dell’estate, della rinascita, è nutrimento per l’anima. Ed è’ rossa proprio come Eros, come la pulsione a rincorrere la bellezza di esistere ancora, nonostante tutto. Un evento traumatico può divenire energia vitale ed il coraggio di guardare in faccia ciò che ci spaventa può rappresentare davvero una risorsa. Frida con la pittura è riuscita ad essere riconoscente alla vita. Noi possiamo esserlo altrettanto, attraverso nuove amicizie, nuove passioni, nuovi amori, nuova riconoscenza verso noi stessi. Per crescere è importante avere paura, per crescere è fondamentale vivere.

 

Leukos

 

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