G.Klimt, La Medicina, 1901-1907, Olio su tela, 430X300cm
HO FATTO I CONTI CON LA MIA FRAGILITA’
Cara Leukos,
chi scrive è Fausta, una delle mie più care amiche e che svolge uno dei lavori più difficili in questo periodo: è un medico. È una pneumologa impegnata in prima linea nei reparti covid-19 di un ospedale di Milano e qualche giorno fa in una lunga videochiamata mi ha comunicato di essere positiva al Covid-19.
L’ aspetto che più emerge da questo scritto è quello del sanitario che si ritrova ad essere paziente.
Nel nostro mestiere (e credo di parlare a nome di tutti i sanitari), si è così impegnati ad occuparsi della salute altrui, che spesso si sottovaluta o addirittura si minimizza la propria e, nel caso in questione, il medico che da due anni non ha tregua a causa di questa emergenza, è costretto a fermarsi forzatamente.
E allora…?
Fausta ci regala le sue emozioni, che sono comuni ai tanti che stanno affrontando la quarantena, ma vissute dalla parte di chi questo virus lo affronta tutti i giorni. Si percepisce forte e chiaro l’amore per il suo lavoro, si sofferma sulla incredibile capacità di adattamento dell’essere umano e ci fa riflettere su come sarebbe utile imparare a “rallentare” nella vita.
All’amica di sempre, alla donna straordinaria, al medico capace e umano, grazie!
Melas
Cara Melas,
dieci gioni fa il covid ha bussato alla mia porta, non mi sono mai ammalata nonostante il mio lavoro a contatto con i pazienti positivi, e quando ho scoperto di essere positiva sono stata sommersa da milioni di pensieri, il primo rivolto al mio lavoro ancor prima che alla mia salute…
Ho pensato: E ora come farò? Chi coprirà i miei turni? C’è così tanto da fare!
C’è talmente così tanto da fare che ci si dimentica persino di noi stessi, dei nostri bisogni o almeno io l’ho fatto negli ultimi anni e, a due anni di distanza ho sperimentato quello che milioni di persone hanno vissuto a marzo 2020, la quarantena. Non avrei mai pensato di poterlo dire, ma mi ha insegnato molte cose.
Ho compreso il valore del rallentare, perché non importa quante cose credi di dover assolutamente fare, bisogna fermarsi. Mi ha insegnato ad essere paziente, in tutte le accezioni del termine; ad essere donna, madre e moglie molto più di quanto lo si faccia quotidianamente.
Mi ha insegnato la meraviglia del creare un leone con carta e colori, mi ha insegnato che la musica ti scalda l’anima sempre e che l’atrio del mio palazzo è un ottimo crocevia di sorrisi e sguardi. Ho scoperto che posso contare su molte più persone di quante credessi, perchè anche se la mia famiglia è lontana 850 km, c’è una famiglia acquisita che ti sa supportare, ascoltare e coccolare con torte e focacce passate sottobanco dal balcone. Mi ha ricordato che la pallavolo si conferma lo sport migliore del mondo, anche quando non puoi stare in campo.
Mi sono persa nelle serie tv di netflix e ho fatto un viaggio meraviglioso leggendo un libro.
Ho apprezzato tutto questo perché mi sono imposta di viverlo, perché non l’ho vissuto quando tutti erano chiusi in casa. La pandemia mi ha insegnato che bisogna guardare le cose dalla giusta prospettiva e in cuor mio so che porterò qualcosa con me da questa esperienza.
Ma cosa proverò quando e semmai la quarantena ritornerà a bussare alla mia porta? Saprò davvero fare tesoro di questi insegnamenti o finirò per vedere solo le cose noiose e negative? Questa pandemia ha davvero cambiato gli animi delle persone, o è solo illusione?
Un abbraccio.
Fausta
Dio è umano
Cara Melas,
accolgo le parole di Fausta in punta di piedi, come si accoglie un amico per quel caffè tanto desiderato e più volte rimandato, poiché ciò che ella racconta, equivale ad ammettere di essere fragili anche quando si hanno troppe responsabilità.
E’ dal primo, lungo lockdown che cerchiamo di donare un senso al tempo sospeso che abbiamo vissuto, e noi, nei nostri articoli, abbiamo più volte sottolineato l’importanza di fermarsi e riconoscersi, di dialogare con il proprio mondo interiore, di riscoprirci creativi e di perdonarci per un qualsivoglia errore di valutazione.
Ed è per questo che cercherò di soffermarmi sulle fragilità del professionista, fragilità che forse sono emerse maggiormente in quel “tempo non tempo”.
Gli insegnamenti, così come suggerisce l’etimologia del termine, lasciano un segno e la natura di questo segno dipende dalle risorse che mettiamo in campo. Ecco, Fausta. Seppur imposto quel tempo è diventato tuo e tu hai deciso di viverlo nel modo migliore: a contatto con tutto ciò che spesso diamo per scontato. Mi sembra davvero un ottimo inizio.
Mi colpisce molto il capovolgimento di ruolo che hai vissuto, da medico a paziente. Mi colpisce perché quello del medico è un mestiere molto particolare, ancor più se agganciato al filo sottile tra vita e morte.
Dall’inizio della pandemia il nostro rapporto con i medici è decisamente mutato. Sono aumentate le nostre richieste, anche quelle più incomprensibili ed è cresciuto il nostro senso di impotenza mentre percepiamo l’onnipotenza del sanitario.
Non è raro che se veniamo percepiti come onnipotenti, finiamo per convincerci che forse in parte lo siamo e, può accadere che risulti complicato prendere atto della propria sofferenza, dei propri limiti, dell’importanza della propria salute, oltre che del proprio lavoro.
E’ inevitabile identificarci con esso, quando, in una situazione come quella che stiamo vivendo, vediamo lontana la possibilità di gettare all’aria il camice e ballare a piedi nudi su una spiaggia.
Il medico umanizzato ed il medico paziente mi fanno tornare alla mente un quadro molto duramente colpito dalla critica degli anni in cui è stato realizzato: la Medicina di G. Klimt.
Il perché delle critiche? L’opera fu commissionata dall’Università di Vienna, ed è parte di un trittico in cui sono raffigurate la medicina, la filosofia e la giurisprudenza. All’autore fu chiesto di rappresentare il trionfo della scienza ed il suo potere terapeutico e lui scelse, invece ,di raffigurare la caducidità, il passaggio inevitabile dalla vita alla morte.
Come in tutte le opere di Klimt i corpi fluttuano ed in questo caso sono nudi, giovani ed anziani, appena coperti dal velo della morte. In primo piano appare “Igea”, figlio di Asclepio, il cui nome significa “medicina, rimedio”, collocata lì per fare da tramite tra chi guarda ed i personaggi proposti.
Klimt ha fatto forse quello che molti di noi non hanno il coraggio di fare: ha ridato umanità alla scienza, l’ha resa più vicina alle persone ed ha nascosto con un velo spesso l’onnipotenza di cui parlavo prima.
E’ possiibile svolgere al meglio il proprio lavoro ammettendo di essere mortali, è possibile divenire pazienti in attesa di “cure”. Quando si riesce ad essere entrambi anche l’orologio del tempo sospeso ricomincia a muoversi.
Leukos



È proprio quando rallenti, quando sei costretto ad ammettere che c’è un limite a tutto e che a quel limite noi non siamo immuni come crediamo, che si fanno i conti con la fragilità.
Ma è anche un modo per capire che forse affannarsi così tanto credendoci onnipotenti ci assorbe soltanto energia e il limite, qualche volta, ci serve per tirare un sospiro di sollievo, capire che non tutto è dipeso da noi e soprattutto che ogni talvolta possiamo anche smettere di stringere e lasciare andare.
È vero Leukòs, è vero Fausta.
Scoprirsi fragili, come ogni umano, è un passaggio forte e decisivo. Nel momento in cui accade ad un medico, così tanto immerso nella fragilità altrui, può atterrire. Le domande sono impertinenti: “posso permettermi di stare male? Posso permettermi di fermarmi a riflettere su quanto mi accade? Finanche soffrire, io che della sofferenza altrui debbo farmi carico?”
Questo rende vulnerabili, ma allo stesso modo, se la risposta sarà quella della compassione nei propri confronti (patior… paziente di se stessi), essa genererà una nuova consapevolezza: uno sguardo evoluto sull’asimmetrico rapporto paziente-medico, e un suo sviluppo attento ai lati complessivi della relazione. Questa situazione non sarà “solo” una crescita personale, ma anche dal lato professionale.
Ho letto l’articolo, molto bello ? bello il parallelo tra Klimt e la scienza. Credo che sia giusto mettere l’accento sul senso di onnipotenza che viene richiesta a sua volta alla scienza. Essa è vero tutto può all’apparenza, in ciò la fede che molti hanno riposto in essa e nei medici, ma è fragile, perché effettivamente le nostre fragilità ci rendono umani ed umani significa, a volte, anche non potere…