Gustav Klimt, Le tre età della donna, 1905, Olio su tela, cm 180×180, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna
ABBI CURA DI LUI
Ciao,
ti scrivo. Ne ho bisogno.
In fondo spero che tu mi risponda, proprio come Filèmone il custode, fece con Gioconda (Avrò cura di te di Gramellini, Gamberale, 2014).
Ripartiamo dal nostro ultimo incontro? Non so perché, ma è la prima immagine che mi salta in mente quando ti penso.
In quel ormai lontano dicembre, io e te, dopo una settimana di attesa e speranza, ci ritrovammo in quella stanza fredda e silenziosa per l’ultimo saluto.
I saluti … La sensazione di dover andar via da quel posto che non avevamo scelto noi, per il nostro congedo, se chiudo gli occhi la sento ancora addosso. Volevo scappare, ma restare con te in quel momento, il più a lungo possibile, era l’ultima occasione che avevo. Ti affidai qualche pensiero veloce (non riuscivo a fare meglio) e ti infilai un santino sotto il cuscino, l’unica parola che riuscii a dirti fu “ciao”, quando fui costretta ad uscire da quella stanza fredda e silenziosa.
Tu non mi rispondesti, non potevi. Non c’eri già più.
Di lì a poche ore ci riunisti tutti per il Santo Natale, per noi quel ritrovo fu un evento unico e irripetibile.
Era il tuo funerale Mamma.
La tua scomparsa ha rivoluzionato la mia vita di allora, ero alla soglia dei trent’anni, dovevo trovare il mio posto nel mondo e non nego che ne sentivo fortemente il bisogno.
In tempi brevissimi, decollò la storia d’amore a distanza che avevo intrapreso da poco più di un anno. Credo sia stata per me lo slancio più alto verso l’amore e la vita in senso assoluto, vivevo spesso distaccata dalla realtà perché traslocata in una favola, sentivo la volontà di poter fare di più e volevo di più!
Nello stesso periodo ripresi gli studi riuscendo a laurearmi nei tempi giusti e con il massimo dei voti,
convolai a nozze con lo stesso uomo della favola e trovai anche un lavoro, tutto sempre con lo stesso entusiasmo.
Un caro amico mi chiese se tutta quella dinamicità che scandiva la mia vita fosse stata legata ad una fuga.
Beh Mamma, ai tempi la risposta fu no, adesso qualche dubbio ce l’ho…
Tu mi conosci meglio di chiunque altro, sai quanto io abbia bisogno di “colpi di scena” nella vita e di quanto “spesa e chiesa” mi annoino , quindi, più che scappare dalla realtà di allora, sono solo andata incontro alla vita che volevo e l’ho trovata, ma ho anche sofferto per quello che ho lasciato e per il
mio modo di amare e voler vivere. Questa però è un’altra storia e la priorità tra queste righe è un’altra.
Da quasi tre anni sono diventata mamma di un bimbo che sentirà solo parlare di te e questo non mi basta!
Sei stata proprio tu ad annunciarmi il suo arrivo, quando ancora ti vivevo nei sogni al punto tale da compensare quasi la tua assenza.
Era ottobre, sei arrivata nel mio sogno con un neonato vestito di bianco fra le braccia ed eri radiosa come non lo sei mai stata Mamma, splendevi!
A novembre ho scoperto che aspettavo il mio bambino.
In gravidanza ero come in uno “stato di grazia”, durante il parto invece, mi è sembrato prendere parte ad un piccolo miracolo che mi ha condotta verso l’incontro del “per sempre”.
Quello con mio figlio.
Si Mamma, perché proprio come accade a noi, tra madre e figli tutto continua anche oltre la vita, per sempre.
Attualmente provo ad essere una madre capace, credo che se non fossi tua figlia, il tuo giudizio per me, sarebbe addirittura lodevole, invece Mamma, essendo tua figlia, tu sai quanta fatica c’è dietro ai miei giorni.
Ricordi la favola di cui ti parlavo? Ho nuovamente traslocato, e stavolta in una realtà troppo reale per me.
Un figlio ha la capacità di estrarre dal tuo cuore tutto l’amore possibile, ma nello stesso tempo, mette in discussione tutto quello che credevi fosse perfetto, stravolgendo tutti gli equilibri. Ti costringe a fare cose che non vorresti fare, ti chiede scelte continue in base alle sue esigenze, ruba tutto il tuo tempo e aggiungerei anche il tuo sonno, il tutto, in maniera costante e continua fino a data da destinarsi.
Forse avevo delle aspettative troppo elevate e quando non si sono rilevate tali, mi hanno addirittura
fatto credere di aver voluto seguire un modello sociale dominante che non mi apparteneva, quello di diventare madre.
Forse gli anni prima del suo arrivo sono stati vissuti di un edonismo tale da rimanere spiazzata dalla sola responsabilità che si genera alla nascita di un figlio.
Forse forse forse, la lista dei “forse” è stata troppo lunga, servita solo a nascondere, soprattutto a me stessa, la grande solitudine che si celava dietro il mio senso di insoddisfazione ed inadeguatezza. Nel mio essere mamma, che non ha mai smesso di essere figlia, mi sei mancata come l’aria e ti avrei voluta ad ogni costo. Avrei voluto piangere sul tuo seno e dirti che avevo paura, avrei voluto vederti cullare mio figlio che ti avrebbe letteralmente preso il cuore, ed invece si è spezzato il mio a non saperti al suo fianco. Mamma, questa volta non sei arrivata a sorreggermi, a quietare le mie ansie, questa volta ho dovuto fare da sola, ho dovuto nuovamente capire, accettare e soprattutto accettarmi.
Sono diventata mamma e sono diventata grande.
Sai, nel giorno di quel lontano dicembre, poco prima che tu andassi via, una persona a me tanto cara, stringendomi mi disse: <da oggi lei vive in te>.
Poco dopo ho capito cosa volesse dire ed oggi da mamma, è sorprendente come io ti rivedo nel mio volto, ti ritrovo nelle mie mani e ti rivivo nei miei pensieri.
E quando ti rivivo Mamma, sogno ed allora esagero, perché sono così tante le cose che avrei da dirti ed ancora tante quelle che vorrei fare con te, che forse non basterebbero gli anni che ci sono stati tolti.
Da qualche anno, per mio figlio, sei diventata la “super nonna magica” che di giorno sosta al di sopra dell’azzurro del cielo, di sera si trasforma in una stella, ed arriva
fino al soffitto della camera da letto per dargli la buonanotte e di notte, approda nei sui sogni per fargli vivere fantastiche avventure.
Per me invece, rimani la mia amata Mamma, che più passa il tempo più mi manca e che per un solo suo abbraccio baratterei qualche anno di vita.
Mamma, non essere più preoccupata per me, ora sono serena.
Ora va tutto bene.
Ovunque tu sia, abbi cura di lui.
Tua figlia
Melas
A chi rivolgeresti la tua lettera del cuore?
Raccontalo a Melas
Leukos:
“Prenditi cura di me”
Quella che scrive Melas è una lettera a cuore aperto “partorita” all’interno di un rapporto insostituibile, ovvero la relazione diadica tra madre e figlio. Parole che sembrano racchiudere una richiesta implicita la quale, ancora una volta, evidenzia la natura circolare degli eventi e delle relazioni che viviamo e che sono determinanti rispetto al nostro stare al mondo: “Mentre ti prendi cura di lui, prenditi cura di me”.
Divenire genitori pone necessariamente l’individuo di fronte all’elaborazione delle proprie relazioni affettive primarie e lo costringe a guardare con occhi diversi l’adulto che è diventato.
Ma cosa vuol dire “prendersi cura”? Il noto psicoanalista D. Winnicott, esponendo le proprie teorie, affermava: “Dove c’è un bambino vi sono anche delle cure materne che lo tengono in vita”.
La cura intesa dall’autore prescinde dalla capacità della madre di rispondere alle richieste fisiologiche del proprio figlio e fa capo al concetto di “funzione materna”, funzione che racchiude, ad esempio, l’attenzione materna nei confronti delle necessità del bambino, la sua volontà nell’accompagnare l’infante a scoprire la propria individualità, sviluppare l’identità e passare da uno stato di dipendenza ad uno di esplorazione e fiducia nei riguardi dell’ambiente esterno.
Una figlia che diviene madre a sua volta vede mutare il proprio ruolo e quello dei familiari all’interno del nucleo, in quanto si troverà a confrontarsi con una realtà fatta di coppia, di cambiamenti fisici e psicologici, di nuove responsabilità. E sappiamo bene che le responsabilità spesso spaventano e spaventano al punto da costringerci a chiedere aiuto, a tornare nel “nido” da cui proveniamo. In parole semplici, i figli non smettono mai di esserlo poiché la cura, quella vera, persiste nonostante il processo di differenziazione e l’assunzione di responsabilità.
La decisione stessa di portare avanti una gravidanza risente fortemente della natura del rapporto con la figura materna. La psicoanalista Pines, nel 72, sottolineò che: “Nel desiderio di un figlio può prevalere da un lato il bisogno narcisistico di provare che il proprio corpo funziona come quello della madre oppure prevalere la disponibilità ad occuparsi di un bambino”. Questa sostanziale differenza segna il confine tra “essere mamma” e “sentirsi mamma”, fattore che deciderà l’evolversi della funzione materna di cui ho parlato in precedenza.
Ma dunque dove risiede l’armonia? Quando una gravidanza diviene psicologica e permette alla giovane madre (o meglio alla giovane coppia) di creare uno spazio in cui poter pensare a quel bambino, fantasticare su di lui ed accettare il suo nuovo modo di essere figlia?
Per rispondere a questi interrogativi, anche se solo in parte, mi affiderò ancora una volta al mondo artistico.
Tre donne, tre corpi, tre vissuti. Questo è ciò che Klimt, nel 1905, rappresentò nella sua opera “Le tre età della donna”. Nel dipinto un’anziana signora sembra lasciare spazio alla giovane madre, nascondendo il proprio volto con la mano ed i capelli. La sua pelle appare visibilmente indebolita ed il suo ventre reca il ricordo di una gravidanza passata. Ecco, dunque, una madre. E’ lì, segnata dal tempo, concede alla propria figlia la possibilità di “crescere” e scegliere, ma è pur sempre lì sullo sfondo e disposta a prendersi cura dell’altro.
La giovane donna ha dei fiori tra i capelli e con la sua pelle liscia poggia il viso sulla testa della sua bambina stringendola in un abbraccio. Avrà forse compreso di essere cresciuta? E se quei fiori fossero un modo per tenere con sé la bambina e la figlia che era un tempo?
Una madre donna, una madre figlia, una madre moglie. La madre che vive dentro ognuno di noi, quella angosciante, quella ansiosa, quella che ci costringe a fallire. Una madre che è accoglienza, che vive mentre dà vita, che resta vita anche quando non c’è più.
Si può essere madri anche senza mettere al mondo un bambino. Si può essere madre, laddove c’è cura.
Leukos



Una bellissima lettera, che mi ha toccato le corde più intime del cuore e mi ha portato a riflettere su tante cose. Sto attraversando un periodo di smarrimento, buio… La mia cara e dolce mamma è in ospedale e al dolore provato per le sue condizioni c’è il tormento di non poterla vedere. Non voglio scriverle una lettera ma poterle parlarle di persona??
Tiziana,
Le tue parole arrivano al cuore e si percepisce tutto il tuo tormento. Non mollare che c’è tanto bisogno di te! Il nostro augurio è che tu possa riabbracciare presto la tua mamma.
Grazie.
Leukos & Melas
Intanto dico subito che mentre leggevo mi venivano giù le lacrime. Tutto questo io dentro di me l’ho sempre saputo. Il problema è che i nostri figli non capiscono… io sono madre di quattro figli maschi.
La mamma è quella che mette al mondo il figlio, lo cura, lo ama e non finirà mai di amarlo neanche nei momenti più difficile della vita.
Comunque grazie perché questa cosa ha suscitato la mia sensibilità e mi sono rivista in quella mamma figlia con tutti i suoi sentimenti.
Giovanna,
Grazie x il tuo commento e per le emozioni che hai provato.
Leukos & Melas
Vorrei che mia madre capisse che se sono andata via non è perché ho deciso di abbandonarla, ma semplicemente per crescere. Questo articolo mi ha toccato le corde dell’anima ❤️
Ilaria,
Corri a dirglielo! E aggiungi che le vuoi bene…?
Leukos & Melas
Molto toccante , mi lascia senza parole, lungo sospiro di sollievo ad averla ancora con me , la donna è donna ! La mamma è la mamma ! È lo sarà per sempre ?
❤️